Intervista con il fotografo – Antonio Taccone

Bentrovati, oggi siamo in compagnia di Antonio Taccone, fotografo di lungo corso e attualmente direttore responsabile dell’ agenzia fotografica ASF – Images, per prima cosa parlaci un po’ di te.
Mi chiamo Antonio Taccone (a fare i pignoli ci starebbe anche un bel Giuseppe di mezzo) anche se per tantissime persone sono semplicemente Zott!!! soprannome derivato onomatopeicamente dal rumore del fulmine che colpisce.
Sono un giornalista e fotografo e mi occupo principalmente di moda e sport. Come mi definisco spesso: un fortunato pagato per divertirsi.
Ho iniziato a fotografare dalla tenera età di sei anni maneggiando senza riguardo alcuno per il suo valore (beata innocenza&ignoranza) la Leica di mio padre.
Quella per l’immagine è una passione che ho sempre coltivato fino a quando, quasi per scherzo, la mia dolce metà mi spinse a fare della fotografia qualcosa di più che una passione al grido di sei bravo e lo sai; perché non provare?
Così ho iniziato a collaborare con una rivista online.
Dopo sei mesi raccatto un portfolio e da bravo incosciente mi propongo per una collaborazione a due delle più importanti agenzie giornalistiche al mondo: AFP e Reuters.
Con AFP fu subito amore, videro le mie foto e mi presero al volo. Lo strano è che ancora non mi abbiano buttato via, anzi nel 2007 uno dei miei scatti è stato scelto per il world best photos che raccoglie le 14 più importanti, significative e spettacolari foto dell’anno.
Partendo da questa base nel 2009 ho fondato con un collega l’agenzia OTN Photos della quale ero photo editor.
L’anno dopo l’ultima evoluzione ho fondato l’agenzia di stampa ASF Press Images specializzata in sport, moda e cultura e la rivista ASFashion the Mag dedicata alla moda, al fashion ed al beauty nelle quali ricopro il ruolo di direttore responsabile.
 Come è la condizione della fotografia editoriale oggi in Italia
Senza vie di mezzo direi. Per quella che è la mia esperienza professionale il mercato editoriale (escludendo il ramo paparazzi, fintepaparazzate & co) è spaccato in due realtà nettamente distinte e distanti tra loro anni luce.
Da un lato abbiamo le realtà editoriali dei quotidiani, delle testate web e più in generale di tutta quella parte dell’editoria in cui le immagini non sono portanti ma sono illustrazioni, accessori, indispensabili spesso ma pur sempre accessori, in cui la condizione della fotografia è quella che si sente molto spesso dipinta a tinte fosche; basta che si veda e l’immagine va bene…
Dovendo rientrare in budget risicati i photo editor delle varie testate sono costretti a prendere quello che trovano nei limiti di quanto possono spendere per coprire un intero numero o prodotto facendo spesso salti mortali quindi per forza di cose ciò porta a compensi bassi per i fotografi. Compensi bassi significa che i fotografi che valgono ed investono sull’immagine ovviamente non sono interessati a produrre per questo mercato e perciò la fotografia per questo settore è spesso di qualità decisamente bassa.
L’altra faccia della spirale invece rappresenta un mercato molto selettivo, dinamico e gratificante. Si tratta di tutte quelle pubblicazioni per cui l’immagine è tutto, è la struttura portante del prodotto editoriale e perciò qui non è possibile prendere una fotografia qualsiasi e metterla sul foglio, occorre che l’immagine catturi il lettore, lo faccia partecipare, sognare, lo faccia immedesimare in quel che vede.
In questo ambito la fotografia regala a chi la realizza grandi soddisfazioni, non solo dal punto di vista economico, e gratifica di tutti gli sforzi che si sono compiuti per poterne far parte.
Parafrasando un detto ormai classico non ci sono più le mezze pubblicazioni. O tutto o quasi niente; è scomparsa quella parte di mercato per cui l’accessorio foto è un accessorio importante e che rappresentava la stragrande maggioranza del mercato alcuni anni fa
Che importanza hanno i nuovi metodi di comunicazione digitale (fb, twitter ecc) nel tuo lavoro
 
Dire enorme è voler decisamente minimizzare.
Oggi è possibile avere comunicazioni in tempo reale con annessi tutti i tipi di media disponibili.
Piattaforme come facebook rappresentano più un veicolo promozionale per la fotografia e l’editoria ad ampio spettro ed a costo zero.
Twitter è invece una rete di “spionaggio” di ciò che avviene nel mondo con ramificazioni impensabili che porta le notizie ad essere automaticamente “filtrate” portando a galla da solo ciò che è degno di nota perché l’importanza di un evento, datagli dagli stessi utenti che ne leggono notizia, porta a farne crescere la visibilità.
Certo, avere notizie in tempo reale da tutto il mondo è estremamente utile; ricorderò sempre un amico che qualche anno fa mi telefonò chiedendomi: senti, stavo pensando di partire per XXXX per fare un reportage sulla guerra in atto; che ne dici?  La mia risposta fu: Dico che se lo facessi saresti un beeeeep (ovviamente scherzando in modo affettuoso tra amici) hanno firmato l’armistizio mezz’ora fa.
Ci sono poi altri utilizzi, certamente meno noti a chi non lavora nel settore, di queste piattaforme ma che le rendono preziosissime.
Ad esempio due anni fa durante la rivolta degli immigrati a Rosarno nei panni di editor dovevo gestire e coordinare i fotografi che lavoravano per la mia agenzia; ebbene sapere in tempo reale cosa succedeva e dove attraverso tutti i vari network, social o meno, ha consentito di poter valutare istante per istante la situazione sul territorio, sapere cosa accadeva di rilevante e dove potendo così gestire al meglio chi stava sul posto in modo dirigere i collaboratori nei posti “giusti” per avere immagini che mostrassero quanto di saliente stava accadendo.
Questi mezzi hanno reso ancora più vero il fatto che il mondo sia piccolo.
Tu sei della generazione che ha iniziato con la pellicola, ora il mondo della fotografia è tutto digitale, come hai gestito il passaggio?
Meravigliosamente bene! Ma io non faccio testo essendo un caso molto particolare. Si sono nato con la pellicola ma non sono un dinosauro per il quale il motto del casato è “maledetti questi computer!”
Si suole dire che al mondo esistono 10 tipi di persone: chi capisce il linguaggio binario e chi no.
Io, avendo avuto una formazione come informatico ed avendo avuto, docenti universitari decisamente sopra le righe nei loro rapporti con i bit (ad esempio per citarne uno ben noto al grande pubblico televisivo Piergiorgio Odifreddi), i sono ritrovato a casa.
Avere una comprensione della struttura di un’immagine digitale, di come viene acquisita, gestita ed elaborata profonda e non superficiale è stato un grosso aiuto in una realtà in cui molti fotografi neanche leggevano i manuali d’uso delle macchine (perché tanto che si leggono a fare? Io so già fotografare) e poi si chiedevano perchè quel beep di autofocus non funzionava…
Quindi per me non si è realizzato il passaggio al digitale; ma semplicemente lo spostamento su campo amico della lotta tra fotografo ed immagine
Ritieni che l’ avvento e la diffusione del digitale abbia cambiato la qualità dei lavori in circolazione
Secondo me no. Anzi, forse l’ha alzata per quanto possa sembrare paradossale visto che tutti dicono che l’abbia abbassata.
Oggi tutti scattano ma alla fin fine il rapporto tra fotografi che valgono e fotografi che non valgono è rimasto inalterato, anzi come dicevo prima probabilmente quelli bravi sono ora leggermente più numerosi di qualche anno fa.
Ad esempio noto con piacere che in campi come la fotografia sportiva negli ultimi due anni il livello qualitativo delle foto si è alzato in modo impressionante merito di tanti bravi colleghi.
Poter vedere le immagini di milioni di fotografi in tempo reale su internet ha certo portato a vedere un mare di “rumore” in giro per la rete; ma ha dato a tutti la possibilità di vedere le opere di fotografi di valore; cosa che prima
accadeva molto meno perché o compravi il librone costosissimo del fotografo famosissimo XY oppure dove andavi?
Quindi un numero molto maggiore di fotografi in erba ha avuto modo di crescere guardando quanto di buono viene prodotto e questo è tutto merito del digitale.
Il sottoprodotto deleterio del digitale non è secondo me la qualità delle immagini; è la mentalità del fotografo. Se su cento fotografi novantacinque sono dei cani è chiaro che su centomila di cani ne avremo novantacinquemila; ma il vero danno è che purtroppo molti di quei novantacinquemila pensano di essere dei geni della fotografia.
E’ quella che io chiamo la sindrome del pollicione. Ad esempio su facebook un contenuto può solo piacere, DEVE per forza di cose piacere perché FB ha interesse ad avere un numero elevato di utenti ed un posto stile mulino bianco dove tutti sono bravi e si può solo dire che le cose sono belle attira come il miele attira le mosche. Ognuno riceve solo commenti positivi e quindi di conseguenza gonfia a dismisura il suo io.
Non è il digitale a cambiare la qualità dei prodotti fotografici; è la presunzione.
Quali sono i tuoi progetti futuri?
Continuare a far crescere ASF sia come agenzia di stampa sia per quanto riguarda il magazine da noi edito che si sta sviluppando in modo decisamente imprevedibile; avremo più testi e soprattutto il magazine verrà realizzato in versione bilingue italiano/inglese vista la diffusione internazionale che ormai sta avendo.
Una grande soddisfazione l’abbiamo avuta in maggio quando l’UEFA per le tre finali di Champions, Champions femminile ed Europa League ha accreditato ASF con un livello prioritario di 2 sui tre disponibili.
Considerando che il livello 1 è riservato alle grandi agenzie mondiali come AFP, AP, Reuters ed EPA spero di poter progettare la scalata non al livello 1 ma all’1,5…
Ringraziamo Antonio  per averci concesso il suo tempo e lo aspettiamo con i suoi nuovi lavori.
Nella puntata precedente l’ intervista ad Andrea Ranalli