World Press Photo 2014

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Jonh Stanmeyer, Signal, 2013. World Press Photo Award 2014

Vediamo quanti di voi hanno riconosciuto questa foto.
E non andate a cercare su Gugle il nome dell’ autore!

Ormai lo sapete già. È Signal, la fotografia di John Stanmeyer, americano dell’Illinois, vincitrice del primo premio del World Press Photo 2014, l’oscar olandese del fotogiornalismo mondiale, che ha tributato anche tre riconoscimenti settoriali ad altrettanti fotografi italiani.
Scattata sulla spiaggia di Gibuti riprende  gli schermi dei cellulari di migranti, alzati al cielo nella speranza di captare la copertura telefonica dalla vicina Somalia, per riuscire a chiamare i parenti lontani.

Questa è una foto figlia del digitale, scattata a 10.000 ISO, qualche anno fa’ non la si sarebbe nemmeno pensata altro che scattata. I commenti in rete si sprecano e non sono del tutto positivi, la maggior parte lamenta il fatto che senza una didascalia ed una spiegazione non si capirebbe nulla. Altri dicono che sembra essere la pubblicità di un cellulare (come se la fotografia pubblicitaria fosse il male assoluto). Tutti a rimpiangere uno stile drammatrico, il ricorso al Bianco e nero assoluto e contrastato, magari con un po’ di grana (finta) per richiamate le atmosfere anni’70 e l’ impatto visivo delle pellicole Tri-X.

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Posso dire : Che palle!
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Cerchiamo di renderci conto di essere nel 2014 e di dare un orientamento diverso al fotogiornalismo e alla ricerca fotografica.

Il futuro del fotogiornalismo

Robert Capa – Morte di un miliziano

Parlare del futuro del fotogiornalismo è abbastanza difficile. Nell’ era della comunicazione globale, delle notizie in tempo reale può esistere ancora la figura del professionista del reportage?
In questo articolo di Alessia Glaviano si citano alcuni casi avvenuti di recente nei fronti “caldi” del Medio Oriente, e in particolar modo la vicenda della morte di Molhem Barakat , giovanissimo freelance (si dice addirittura minorenne) che forniva le immagini del conflitto alla Reuters.
Ora, interrogarsi sulla liceità di pubblicare immagini da parte di un fotografo senza nessun controllo, mi pare un esercizio di retorica fine a se stessa. In un epoca in cui i giornali per illustrare la cronaca saccheggiano i profili Facebook delle vittime, chiedersi se le fotografie di questo ragazzo fossero di parte mi pare pleonastico.
La domanda che le redazioni, ed in primis i photoeditor dovrebbero porsi, è :
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pubblichiamo fotografie di qualità o cerchiamo solo di spendere il meno possibile?
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Forse dopo che si sono posti questo quesito capiranno che il crollo verticale della qualità dei reportage e degli investimenti è dovuta proprio al trend di voler pubblicare fotografie a tutti i costi, e quando non si aveva del materiale valido utilizzare quello che capitava sino a farlo diventare un andazzo generalizzato.