Concordia – Una storia Italiana

notare la scritta sul gilet…

Il post che vede qui sotto è stato scritto in collaborazione con l’ amico blogger Angelo Benuzzi esperto di geo-politica, affari militari ed altro. Vi consiglio il suo blog.
Ho aspettato a lungo a scrivere questo articolo, ho volutamente aspettato che si placassero le polemiche dei primi giorni, il clamore e lo sciacallaggio dei media alla ricerca della facile lacrima.
A mente fredda vorrei ragionare su quello che è accaduto davanti a “Giglio Porto” quasi un mese fa.
Non mi interessa sapere cosa è successo o di chi è la colpa, partiamo dal dopo. La nave ha urtato uno scoglio semi-sommerso e causa l’ alta velocità ha sfracellato circa 70 metri dell’ opera viva (la parte di nave che normalmente è sott’ acqua).
Da quel momento siamo ritornati indietro di 100 anni. La compartimentazione non ha tenuto o non è stata sufficiente e l’ acqua è entrata in sala macchine, i motori si sono spenti. Nel momento in cui una nave ha i motori spenti è come un fermacarte, niente propulsione, niente pompe di sentina, niente timone.
Ma non avrebbero dovuto esserci dei sistemi di sicurezza rindondanti? In teoria sì e forse qualcosa è rimasto visto che le immagini della Concordia nei primi momenti la mostrano con tutte le luci accese e sembra che il Comandante sia riuscito a calare le ancore.
E qui iniziano le domande. E’ possibile che una nave di quelle dimensioni possa perdere l’ equilibrio con uno squarcio di soli 70 metri su di un lato della carena? Quali sono gli indici di sicurezza per il ribaltamento utilizzati per certificare una nave di quella stazza?
Ma a bordo cosa stava succedendo?
La ricostruzione è confusa, non si capisce se la catena di comando è salda. Se il personale ha presente il suo ruolo nella gestione dell’ emergenza. Testimonianze e registrazioni amatoriali sembrano dimostrare che parte del personale non fosse neppure in grado di comunicare in inglese con i passeggeri o di come seguire le procedure standard di evacuazione.L’ unica cosa che posso capire è la ritrosia del Comandante a schiacciare il pulsante dell’ “abbandono nave”.
Normalmente il Comandante di un imbarcazione (di qualsiasi dimensione) è Dio, ed ha praticamente tutti i poteri senza nessuna democrazia, rispetto a qualche secolo fa è stata eliminata la possibilità di gettare a mare clandestini e pirati ma per il resto siamo ancora ai tempi di Drake; dopo aver premuto il tasto per Lui si innescano una serie di meccanismi che possono stritolarlo.
Da una parte l’ Armatore che vuole la sua pelle per aver abbandonato 500 milioni di euro, dall’ altra la Capitaneria di Porto che deve gestire l’ emergenza, e poi 4200 persone (praticamente una città) da far scendere da una nave che si sta inclinando senza controllo.
A posteriori e con una buona dose di cinismo possiamo dire che l’ evacuazione è stata un successo. Percentualmente le perdite sono state bassissime e portare a terra 4200 persone in massima parte non addestrate è un risultato ottimo.
Chi parla delle vittime che si sarebbero potute salvare non ha idea di cosa dice, nemmeno se fossero stati 4200 marinai professionisti ci sarebbero state zero vittime in quelle condizioni, anche se tutto è perfettibile.
Purtroppo il dilagare del panico e la mancata conoscenza della situazione da parte degli occupanti è stata fatale, se avessero combattuto il panico sarebbero potuti scendere con tranquillità anche la mattina dopo. Una nave di quelle dimensioni fornisce sicurezza, calore e asciutto per ore dopo il naufragio ed è molto più stabile di una zattera autogonfiabile. Forse anche questo è stato il pensiero del Comandante, ha sperato di poter tenere tutti a bordo sino all’ arrivo dei soccorsi.
Giriamo ancora pagina.
Chi ha gestito i soccorsi?
Qui il groviglio diventa inestricabile. La prima chiamata arriva ai Carabinieri (sic.), che la girano alla Capitaneria di Porto, questi telefonano al Comandante. Dopo varie conversazione chiamano una vedetta della Guardia di Finanza chiedendo di andare a vedere la situazione!
E intanto i minuti passano. Il concetto di ‘golden hour’, noto a chiunque si occupi di soccorso vale per estensione anche in caso di disastri come questi. Quanto tempo si è perso?
Alla motovedetta della GdF si aggiungono: Capitaneria di Porto, Carabinieri, Polizia di Stato, Vigili del Fuoco, Protezione Civile, Marina Militare ovviamente ognuno con i suoi standard, linee di comando e protocolli di intervento. In più una pletora di autorità civili che a vario titolo chiedono informazioni e cercano di mettere a disposizione il necessario per ospitare / soccorrere i naufraghi.
Vivvadio almeno in mare le frequenze radio sono le stesse per tutti.
In un modo o nell’ altro arrivano quasi tutti a terra.
Per alcuni giorni il balletto dei dispersi (comprensibile) alterna gioia e disperazione dei parenti, poi dopo il salvataggio degli ultimi tre intrappolati nella nave da parte dei Vigili del Fuoco il clamore si placa. Ma sulla nave continuano ad operare gli speleo-sub dei VdF, i sub di Carabinieri, Polizia e GdF, gli incursori del ComSuBin. Tutto sotto l’ occhio vigile della Protezione Civile e degli specialisti di recupero della ditta incaricata dall’ Armatore.
Ma vi sembra normale?
Tagliamo spese sociali con l’ accetta e non vogliamo prendere in mano la questione dell’ organizzazione della vigilanza e del soccorso in mare.
Quando capiremo che sul mare, per le operazioni civili, deve esserci un unico soggetto (Capitaneria di Porto) ad operare sul modello della Us Coast Guard americana? Sino a che continueremo a mantenere una pluralità di soggetti non riusciremo ad investire le risorse necessarie per avere un corpo all’ altezza delle sfide del nuovo millenio. L’unica eccezione deve rimanere il CSAR (Combat Search And Rescue), di stretta competenza militare (nel caso italiano della Marina Militare).
Sul territorio, per laghi e fiumi tanto per capirci, ha senso che se ne occupino i VdF. Il personale dei CC, GdF e Polizia deve essere assegnato ad altri compiti, legati alla sicurezza dello Stato e alla prevenzione del crimine. Già eliminare i centri di costo e semplificare le gare d’appalto sarebbe foriero di risparmi notevoli, unificare la formazione e l’aggiornamento del personale, semplificare la catena di comando e gestire in maniera diversa la comunicazione con enti come la Protezione Civile e le Prefetture migliorerebbe in maniera impressionante tempi e modi di intervento.
Tempi come questi, dove tagliare è diventato l’unico orizzonte, devono essere proprio quelli che consentono di eliminare gli orticelli creati per intascare soldi dello Stato e tutte le ridondanze che ci allontanano dall’efficienza dei nostri partner europei.
Oggi il sistema Italia rincorre le emergenze e si affida solo alla capacità di improvvisazione dei nostri operatori, loro sì spesso in grado di supplire alle idiozie della disorganizzazione. Vicende come quella della Concordia ci danno un messaggio molto chiaro. Così non possiamo andare avanti.

Fotografare seriamente – parte seconda

Allora ci siamo, avete fatto il grande salto comprando la reflex, vi siete appassionati, avete riempito i vostri HD di tramonti,  gattini,  panorami.

La vostra galleria su Flickr riceve apprezzamenti e frequentate  i forum dove vi scannate perchè nelle foto postate l’ orizzonte è ruotato di 10px oppure la MAF non è perfetta sul terzo occhio della libellula.

Siete sereni e il vostro prossimo traguardo è il concorso della parrocchia con successiva mostra collettiva organizzati allo scopo di raccogliere fondi da destinare al restauro della canonica.

A turbare il quadretto arriva, quando meno ve lo aspettate, la prima fatidica richiesta. Vostra moglie/compagna/fidanzata vi sussurra a tavola “lo sai che domenica prossima battezzano il cugino del vicino di casa di mia mamma?” La vostra prima reazione è un’ alzata di spalle, ma prima che voi possiate esprimervi arriva la mazzata: ” Le foto potresti fargliele tu che sei bravo…”.

Sputate il caffè bollente, strabuzzate gli occhi e riuscite ad articolare un sommesso “chi? io? cosa?”

“Dai, su, tanto hai la macchina bella…” infierisce la moglie/compagna/fidanzata sottointendendo “con tutti i soldi che hai speso lì invece di portarmi in vacanza, brutto disgraziato”

Colpiti nell’orgoglio, ma internamente eccitati dalla prospettiva di sfoggiare la vostra attrezzatura in pubblico, rispondete a mezza bocca ” si vabbè vediamo…”

In quel momento siete fregati.

Avete accettato un incarico, siete passati (anche se temporaneamente) dalla condizione di fotoamatore a quella di professionista.

Piccola digressione. Nonostante  polemiche, flame, e litigi infiniti, l’ etichetta di “professionista” nel campo della fotografia non individua le qualità del fotografo ma solamente la condizione del suo lavoro. Ovvero mentre il fotoamatore (detto anche fotocazzoamatore dai più radicali) scatta per il suo piacere personale senza vincoli, il professionista scatta perchè deve e, perchè deve portare al cliente degli scatti validi. 

Non sapete cose vi serviva ed avete portato tutto

 QUINDI ORA NIENTE PANICO

Accettando l’ incarico, i vostri committenti (che non sono più amici o parenti ma sono diventati solo CLIENTI) si aspettano da voi un risultato migliore di quello che avrebbero potuto fare loro. Non c’è nulla di più umiliante della frase “ma una foto così la faceva anche la zio Gustavo con il cellulare”.

Quindi è necessario organizzarsi per tempo, e pianificare le prossime mosse.

Primo Passo  – Controllo dell’ attrezzatura

Tirate fuori tutto quello che avete, pulite obbiettivi, corpi macchina, filtri. Formattate le schede e provatele, caricate le pile.

Un conto è fare questi lavori con calma, un conto è trovarsi un obbiettivo sporco quando siete in mezzo alla folla.

Quindi preparate la borsa, dovete fare in modo che quando la prendete dall’ armadio non dovete preoccuparvi di quello che c’è dentro perchè è a posto. (in altra puntata parleremo di come organizzare l’ attrezzatura)

Secondo Passo  – Sopralluogo sul posto

Fate un sopralluogo sul posto, possibilmente all’ ora in cui è programmato l’ evento.

Cercate di capire come saranno le condizioni di luce, l’ accessibilità (arrivare in ritardo perchè non sapevate che l’ evento era all’ interno di una zona pedonale inaccessibile alle auto è da pirla), con chi dovrete parlare per entrare.

Questa non è paranoia è solo essere professionali, quando è il momento giusto dovete pensare solo a scattare gli altri problemi devono già essere stati risolti.

Siamo già a buon punto, ci sentiamo al prossimo passaggio!

Fotografare seriamente – parte prima

Il tipico atteggiamento del fotografo sportivo

Inizio questa nuova serie di articoli “professionali” dedicati al mondo della fotografia.

Non voglio fare, a meno di esplicite richieste, dei manuali su come fotografare; in rete se ne trovano già a bizzeffe e sicuramente fatti anche meglio di come potrei fare io.

In questa serie di articoli voglio cercare di inserire quelle cose che non si trovano nei manuali, cose dettate dall’ esperienza sul campo.

Considerate che chi scrive ha iniziato a fotografare, non all’ epoca del dagherrotipo, ma quasi, quindi cercherò da far passare il concetto (valido anche nell’ era del digitale)  che quando si scatta occorre sapere già cosa si vuole ottenere, anzi lo si dovrebbe sapere prima di iniziare.

Fotografi che ad ogni scatto controllano nel monitor cosa è uscito, non sono professionali (ed ho detto professionali e non professionisti ) anche perchè nella maggior parte delle occasioni non c’è il tempo materiale di stare a guardare cosa è stato fotografato.

Per l’ editing grossolano degli scatti si aspettano le pause oppure si fa quando è tutto finito.

Terminata questa piccola digressione introduco gli argomenti dei prossimi post di questa serie (elenco assolutamente indicativo e generico):

– il passaggio dal piacere al dovere, ovvero come passare dal fotografare tanto per farlo ad avere un obbiettivo da portare a casa.

– fotografia sportiva, scatti ed editing.

– fotografia editoriale, ovvero come cambia la tua visione della fotografia dopo che qualcuno si aspetta da te qualcosa da pubblicare.

– attrezzatura utile, cioè come passare dal feticismo degli esordi alla praticità delle cose che servono.